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LA (DIS)INFORMAZIONE AI TEMPI DI INTERNET – estratto

un breve estratto             

(TEMPO DI LETTURA: 9 MINUTI)

 

 

PARTE PRIMA
Avviso ai naviganti

Il paradosso della modernità è che ci si lascia intortare dal primo che passa. E più si sputa sulle verità ufficiali, più si divorano quelle ufficiose senza neanche prendersi la briga di controllarle

(Massimo Gramellini)

 

Internet ha spalancato le porte delle informazioni.

Prima del web – ai più giovani sembrerà un mondo surreale – erano solo gli studi e la memoria a poterci sorreggere. I più fortunati disponevano di un’enciclopedia ma, chiaramente, la si poteva consultare solo in casa, oppure in una biblioteca e l’informazione acquisita era comunque da prendersi con il beneficio d’inventario degli aggiornamenti. Le notizie circolavano grazie a radio, televisione e organi di stampa cartacei, per consultare un’informazione solo a distanza di qualche giorno l’unica possibilità era l’aver conservato il giornale o la rivista che l’aveva pubblicata e, ammesso di ritrovarli, procedere a tentoni alla ricerca, scartabellando.

Internet ha reso qualsiasi informazione, notizia o dato a portata di mano, un modo di dire che l’avvento dei tablet e degli smartphone ha concretizzato nel senso proprio del termine. Ovunque siamo, è sufficiente digitare una parola, una porzione di frase sul motore di ricerca preferito per aver accesso a infinite nozioni su qualsiasi argomento. Quella digitale dovrebbe essere, quindi, l’era della conoscenza smisurata, in estensione e in profondità. E invece così non è. Tutt’altro.

Secondo una indagine Doxa (https://www.bva-doxa.com/fake-news-un-italiano-su-2-ci-casca/) effettuata nel 2018 almeno un italiano su due ha creduto a una notizia falsa, “bufala” o fake news per utilizzare un gergo corrente. E gioverà annotare che Doxa si è limitata a interrogare il campione consultato sulle notizie in senso proprio, quelle di cronaca, senza addentrarsi nel variegato sottobosco di contenuti online che interessano la scienza, l’economia, la medicina e così via.

Perché internet è intriso di contenuti fasulli? Perché una folta schiera dei naviganti del web si lascia intortare dal primo che passa? E quali sono gli effetti sociali, sull’opinione pubblica e sulla vita delle persone della disinformazione che ha pervaso il web e ha contagiato anche coloro che accedono a internet in modo occasionale e sono allergici ai social network?

 

  1. ECHO CHAMBERS

L’accesso facile, comodo e gratuito a ogni tipo di contenuto su internet ha generato un pianeta disinformato. La disponibilità illimitata e gratuita di dati e ogni altro tipo di notizia ha tolto all’utente digitale lo stimolo, il piacere e il desiderio di approfondire, di andare oltre la lettura del titolo o di alcune righe di testo. E, particolare di non poco conto, di attingere ad altre fonti per verificare l’attendibilità di ciò che si ritrova sullo schermo del proprio dispositivo, fisso o mobile.

Sempre meno persone consultano intenzionalmente una fonte di informazione – online o fisica – e si limitano invece a recepire in modo passivo ciò che transita sui canali dei social network frequentati, i link delle newsfeed e così via.

Facebook, in particolare, è una macchina propagatrice di notizie di ogni genere, che ciascun utente rinviene sullo schermo del proprio dispositivo non appena vi fa accesso.

È del tutto comprensibile che se la mole di notizie e dati in arrivo è gigantesca, la soluzione più naturale e prevedibile sia selezionarne una parte, scartando il resto. È stata la modalità nella quale si è ingenerato il criterio di selezione a determinare la deriva di disformazione che caratterizza il mondo nell’era di internet e che ha assunto dimensioni sempre più allarmanti. Lo spiega in modo illuminato Valter Berretta su SCRIBD.com: “Con il nascere di Mi piace è aumentata linearmente la probabilità di entrare in una rete sociale virtuale (e comunque composta da perfetti sconosciuti) aggregata da utenti con il medesimo profilo; questi gruppi omogenei tendono a escludere tutto ciò che non è coerente con la propria visione del mondo, cui la smentita accreditata produce il rinforzo delle proprie credenze e una maggiore informazione con fonti di informazione erronee”.

Detto in parole più semplici, il meccanismo dei “Mi piace” apposto alle pagine Facebook con il conseguente automatico seguimento delle medesime, ma anche i clic alle news dei vari altri social e non solo, mette gradualmente l’utente di internet a contatto soltanto con fonti (pagine web, notizie, personaggi, gruppi, link, post e così via) che divulgano contenuti confermativi della propria opinione (politica, religiosa, scientifica etc.); e, per conseguenza, a interagire soltanto con altri utenti che condividono il medesimo punto di vista. Un mondo incantato e amorevole dove nessuno contraddice e le opinioni divergenti sono commentate con indignazione, derise, oppure censurate.

A completare l’opera ci pensano le filter bubble (“bolle di filtraggio”) che, tramite l’uso di algoritmi, registrano la storia di comportamento di ogni utente attraverso i siti o le pagine web da lui visitate e gli ripropongono contenuti simili o di fonti analoghe, escludendolo, quindi, da ciò che si discosta dai suoi convincimenti.

Chi non approfondisce autonomamente le informazioni e si limita, invece, a recepire quelle in arrivo dalle fonti internet che ha scelto e da quelle che gli sono dirottate da un algoritmo in base alle sue preferenze, corre il serio rischio di farsi coinvolgere da un meccanismo perverso di “navigazione protetta”, che lo rinchiude in un contesto confortevole, dove il bisogno di appartenenza e di rassicurazione delle proprie opinioni è soddisfatto, perché corroborato dai contenuti che gli arrivano dal network digitale in cui è inserito. Ma dove la realtà è una finzione confezionata per compiacergli.

È un contesto dove una persona si può sentire protagonista, esprimere commenti, anche in toni accesi e su posizioni estreme, nella tranquillità che non potranno che essere plauditi e ribaditi dagli altri utenti; un contesto dove ogni contenuto pubblicato viene amplificato e si propaga ribadendo i medesimi concetti, che rimbalzano da un utente all’altro prolungandone il vigore, come in una sorta di camera dell’eco.

Echo chamber (camera dell’eco) è la definizione omologata di questo approccio irrazionale verso l’informazione, dilagante tra gli utenti del web e dei social network in particolare. Un comportamento in grado di condurre a quella che a tutti gli effetti è una vera e propria patologia, tutt’altro che trascurabile.

Perché l’assenza di confronto e la perdita di contatto con punti di vista differenti porta l’individuo a uno stato di isolamento ideologico e lo rende vulnerabile alle informazioni farlocche.

 

  1. POST VERITÀ

Nelle redazioni giornalistiche vige un principio inviolabile: incrociare le fonti. Una notizia è vera se i fatti risultano confermati almeno da una fonte ulteriore, aggiuntiva a quella originaria. I nostri genitori, i nostri nonni applicavano il medesimo criterio con il semplice buonsenso: “prima di giudicare senti anche l’altra campana”.

Nel mondo magico del web, verificare la veridicità delle informazioni che appaiono sullo schermo del PC o dello smartphone è diventato per molti un optional. Il contenuto del “post” (testo, immagine o video) viene considerato attendibile in quanto proveniente da un amico social, da una fonte della quale si è follower o per la quale si simpatizza e ciò è sufficiente per essere convincente; dissuade dal metterlo in dubbio. Oltretutto, i commenti degli altri utenti saranno comprensibilmente univoci nel confermare, approvare e concordare con il contenuto di quella informazione. In un simile contesto è facile convincersi che le proprie opinioni e le proprie visioni del mondo siano le uniche ad avere valore, se non addirittura le uniche esistenti. Una giostra dove non esiste il discernimento circa la verità dei fatti, perché ciascuno ha selezionato e riceve solo le notizie e i commenti con i quali concorda a priori.

Gli esperti hanno individuato che alla radice della, apparentemente inspiegabile, tendenza ad assimilare informazioni senza avvertire la necessità di verificarle vi siano due fattori. Da un canto, “gioca l’ancestrale propensione dell’uomo di allontanare la fatica”, afferma il Prof. Lucio Lamberti, docente di marketing multicanale del Politecnico di Milano perché “crearsi una nuova opinione comporta uno sforzo, un lavoro e istintivamente l’essere umano tende a evitare questo impegno”. Dall’altro, vi è l’inclinazione umana a manifestare le proprie idee se si ha la protezione di poterlo fare tra persone con punti di vista convergenti. Non allontanarsi, insomma, dalla propria zona confort anche in quanto alle convinzioni acquisite (confirmation bias) ed eventualmente recepire, subendoli e replicandoli, solo punti di vista provenienti da “campi protetti”: la famiglia, la più stretta cerchia degli amici, i colleghi più ammirati o più empatici.

L’inevitabile conseguenza di questo avvitamento è la disinformazione come condizione abituale e consolidata e, nonostante ciò, persino rasserenante. La ratio è “se le informazioni di cui sei in possesso differiscono dalle mie non mi interessa conoscerle, perché mi obbligherebbero a mettere in discussione il mio punto di vista. E il fatto che la mia nozione sia fasulla mentre la tua è, invece, coerente alla verità è una questione di secondaria importanza: mi tengo la mia verità perché la mia verità mi piace, mi suggestiona, conforta i miei convincimenti e lo fa persino se ho il sospetto che non sia attendibile”.

La vulnerabilità emotiva delle persone e il bisogno di essere confortati da bios confermativi ha fatto in modo che nel luccicante mondo del web, fianco ai canali attendibili, si sia andato moltiplicando un variegato assortimento di fonti di scarsa affidabilità – in genere create ad hoc per finalità commerciali o di propaganda – che l’utente reputa però attendibili perché raccontano una realtà aderente ai propri punti di vista.

I meccanismi della “condivisione” sui social, facilmente in grado di amplificare la visibilità di qualsiasi fonte, hanno contribuito a determinare un miscuglio non facilmente distinguibile tra informazioni vere, manipolate oppure totalmente inventate. E anche queste ultime diventano un argomento reale, dotato di un apparente senso logico, perché solleticano le emozioni o stimolano i pregiudizi delle persone più soggette al bisogno di bios confermativi. Anche al cospetto di fatti comprovati in modo inequivocabile, l’inclinazione umana a cercare conferme ai propri punti di vista invece che metterli in dubbio porta a estrapolare solo gli elementi che rafforzano le proprie convinzioni, sviluppando così interpretazioni alterate della scienza, della storia e della realtà.

L’hanno definita post truth, post verità: nella disamina di una informazione o di un accadimento, la verità diviene una faccenda di secondaria importanza rispetto al proprio punto di vista e alle proprie suggestioni.

Nel 2016 gli esperti di Oxford Dictionaries hanno dichiarato post truth neologismo internazionale dell’anno. La massima autorità linguistica anglosassone ha ratificato una locuzione che rappresenta un andazzo globale nel modo di dar forma ai convincimenti.

E in un mondo nel quale le suggestioni si sostituiscono alla verità, nel quale quel che viene percepito sostituisce la realtà e nel quale la veridicità delle informazioni diventa sempre più difficile da estrapolare, l’opinione pubblica – persino quella che vive lontano dai social network – finisce con l’essere condizionata dai convincimenti che circolano e si allontana inevitabilmente dai dati reali. Al punto che (cfr. capitolo 9) nella visione collettiva si è andato a creare un abisso tra ciò che è vero e ciò che è ritenuto vero.

 

(SEGUONO ALTRI 27 CAPITOLI…)

 

  1. IL GRANDE FRATELLO È TRA NOI

71 anni fa George Orwell pubblicava 1984, romanzo che racconta la futura epopea di uno strano popolo sottomesso a un Vate (“The big brother”) che ne governava i pensieri e le azioni attraverso degli strani schermi che tutti dovevano avere in casa.

Gli schermi diffondevano 24 ore al giorno propaganda del partito e frasi di odio per gli avversari. In questa comunità la scrittura a mano era stata abolita: tutto veniva realizzato automaticamente da complessi macchinari elettromeccanici chiamati “versificatori”.

Il Vate aveva imposto una neolingua fatta di poche parole e slogan dai concetti elementari, in modo che fosse impossibile darne una interpretazione soggettiva e concepire un pensiero critico individuale. Esprimersi, ma anche solo pensare in proprio, era uno “psicoreato”. Unica forma di pensiero ammesso il “bipensiero”, che sanciva: “la menzogna diventa verità e passa alla storia”.

Ad ogni modifica del pensiero del Vate, il pregresso doveva essere negato: anche i libri di storia venivano riscritti per cancellarne le evidenze e sostituirle coi fatti che il Vate voleva fossero ricordati. Tutti i membri della comunità erano obbligati a gettare in appositi marchingegni (“buchi della memoria”) qualsiasi documento in loro possesso non ancora aggiornato.

Grande visionario, George Orwell.

 

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